domenica, gennaio 10, 2010

Un viaggio inconsueto ma interessante, anche se pericoloso

da




Viaggio nell’Italia dei comuni sciolti per mafia


 Il libro che racconta un Paese in cui a governare non è solo lo Stato.

Case popolari assegnate agli amici degli amici, una lista per il servizio civile “gestita” da gruppi di interesse, un Comune che da appalti con una sola azienda partecipante.
Cosa c’entrano le mafie, la politica e gli enti locali con questi disguidi, disagi, casualità?.
Cosa c’entra una attesa lunghissima per una visita medica con il sistema Italia?
Federalismo criminale ce lo racconta passando in rassegna in maniera dinamica e incisiva, facendo nomi e cognomi, tutto il Paese penetrato dalle mafie, entrando nelle “stanze dei bottoni” della politica locale, dell’ amministrazione pubblica e dei servizi.
Pagine che raccontano l’Italia con la mafia sottocasa, l’Italia dei comuni sciolti per mafia, di quelli che lo sono stati piu di una volta, di quelli che avrebbero dovuto esserlo e non lo sono stati.
 Oggi a Roma la presentazione del libro nell’ambito della rassegna “Roma si Libra”, con interventi di Roberto Morrione, direttore Liberainformazione,  Sandro Provvisionato, tg5/Terra, Paolo Cucchiarelli dell’ Ansa.
 Ne parliamo in anteprima con l’autore, il giornalista Nello Trocchia.
In questo viaggio hai raccolto storie di uomini  dello Stato che hanno lasciato la cosa pubblica in mano a politiche mafiose.
Perché accade?
Le organizzazioni mafiose hanno per loro stessa natura la capacità di occupare  settori nevralgici della vita pubblica.
 Più semplicemente ci sono mafiosi politici, mafiosi imprenditori, mafiosi massoni e così via…
 Il problema in questo quadro di insieme è: che ruolo gioca la politica?
I fatti dicono che spesso gioca un ruolo di comparsa e in molte altre di parte integrante
in questo sistema.
 Collusa e corrotta fornisce quell’elemento di opportunità per le mafie che sanno come inserirsi nei settori chiave dell’amministrazione della cosa pubblica.
 Quali sono i servizi o settori che  maggiormente permeabili all’ingresso delle mafie nelle amministrazioni pubbliche?
Uno dei settori centrali in tutti questi anni è stato quello ambientale;
un aspetto delle amministrazioni pubbliche che per troppi anni  è stato trascurato.
 Il commento ricorrente …
“l’economia non andava pari passo con l’ambiente” non è nato per caso.
Ben il 68 % dei comuni sciolti per mafia è stato commissariato per inchieste relative alla gestione dei rifiuti, all’abusivismo edilizio  -  penso ai dati in crescendo che sta registrando da anni il Lazio, ma anche l’inquinamento dei bacini idrici  – penso allo scioglimento del Comune di Terme Vigliatore -  o ancora la gestione delle cave da cui si ricava il calcestruzzo che serve ai clan per mettere in atto una devastazione ambientale sapientemente organizzata.
 Questi esempi inoltre mettono in crisi anche l’assunto che per anni ha giustificato la presenza delle mafie in aree povere del Paese, secondo il quale:
“le mafie danno lavoro e creano benessere per il territorio”.
 Bastano questi dati, questi fatti per dimostrare come ciò sia falso, palesemente falso, perché al contrario le mafie non creano posti di lavoro e quando gestiscono servizi lo fanno creando danni al territorio, malattie e anche morte.
Mafie e cosa pubblica, sembra un fatto solo di giustizia o di politica ma nel tuo libro racconti come di mezzo ci sia invece il cittadino e la sua vita quotidiana.
Com’è vivere in un Comune in cui è la mafia che opera nella cosa pubblica?

Qui c’è la chiave di lettura che permette di fare una fotografia dall’alto del Paese come fosse una piramide e contestualmente di scoprire com’è questa piramide scalandola gradino per gradino, attraverso le storie di cittadini che vivono in questi territori.
Cosa succede quando governano le mafie?
Accade che per esempio il settore della sanità, le Asl, siano gestite
non secondo logiche di diritto ma di favore.
Riprendendo le parole significative del generale Dalla Chiesa si può certamente dire che
 in questi territori i cittadini ricevono dalle mafie come favore quello che lo Stato non è più in grado di dare come diritto.
Quando si inserisce questo meccanismo di “favori” in luogo dei diritti le mafie hanno vinto.
Le persone in questi comuni non sono più cittadini ma sudditi.
 I casi di mala sanità di cui ci parlano le inchieste dei magistrati, dal caso di Domenico Crea in Calabria a tanti altri in Campania e Sicilia, raccontano questo.
 Ci sono stati casi in cui l’assegnazione delle case popolari era (e continua ad essere) pilotata, assegni dati con discrezionalità ecc..
 Ma non solo.
Negli ultimi anni abbiamo letto anche che in un Comune della Calabria la stessa graduatoria per il servizio Civile era controllata dagli amici degli amici.
Le carte giudiziarie raccontano di altri  comuni che finanziavano manifestazioni e feste promosse in favore dei boss locali.
Questi segnali per chi vive il territorio rappresentano un messaggio chiaro, chiarissimo:
“qui comandiamo noi”.
E’ un problema non solo di legalità ma di cultura, di riconoscimento.
Immaginare che esistano cittadini su un territorio cosi diventa difficile e per i giovani in particolare vivere li trasforma in un problema:
per riprendersi un pezzo di futuro sono costretti ad emigrare.
E anche questi sono numeri che raccontano di un’emigrazione fatta di numeri pari a quelli fatti registrare nel nostro Paese solo nel dopoguerra.
La legge sullo scioglimento dei comuni è una misura nata con intento preventivo poi diventata misura che arriva ad infiltrazione avvenuta.
Quanto è ancora efficace questo strumento?
La normativa è utile ma dovrebbe consentire di agire in tempi piu rapidi e soprattutto quello che si dovrebbe migliorare è la burocrazia.
Ciò detto però il punto centrale della normativa in realtà resta sempre in mano alla politica.
Non bisogna dimenticare quando il giudice Paolo Borsellino disse ai politici …
non bisogna nascondersi dietro lo schermo di una sentenza”…
riferendosi alla necessità invece che la classe politica tutta prendesse coscienza e facesse pulizia al suo interno senza attendere che fosse la giustizia ad accertare la collusione con la mafia.
Aggiungo di più.
Oggi c’è bisogno di prendere coscienza che non è solo un problema legato ai condannati che abbiamo in Parlamento ma anche a tutti coloro che chiamiamo ad amministrare la cosa pubblica. Dunque la normativa in linea generale rimane  efficace ma va segnalato un calo di attenzione generalizzato della politica in questi ultimi anni verso la questione e questo non aiuta la normativa stessa e chi deve applicarla a fare progressi in nessuna direzione.
Una scelta che parte dall’interno dei partiti e arriva alle candidature pubbliche.
Come è possibile rafforzare da dentro la classe politica ed evitare che sia cosi facilmente vulnerabile?
Ci sono degli strumenti come i codici etici dentro i partiti che andrebbero fatti rispettare.
 Ma in sostanza è una scelta di atteggiamento, di assunzione di responsabilità.
Cito un caso su tutti che è emblematico di come i partiti vivano questa situazione e non ne colgano ancora la portata complessiva.
Come giornalista ho seguito il dibattito prima delle elezioni del 2008 –
intervistando politici nazionali e locali.
 Di fronte alle vicende legate alle mafie e alla corruzione l’atteggiamento più comunemente diffuso era quello dell’“eccezione”.
Ciascuno aveva una eccezione per il caso che di volta in volta la parte politica avversa sottoponeva alla sua attenzione.
 Ciascuno introduceva un proprio canale di analisi che giustificava l’operato di questo
 o quell ‘amministratore coinvolto o in odore di procedimenti giudiziari a suo carico.
Se la lotta alle mafie la politica la fa con “le eccezioni” è persa.
Soprattutto se nel contesto in cui si trova ad operare la politica oggi si colloca un Parlamento che sta per approvare un ddl che limita le intercettazioni  – e molti magistrati hanno già commentato che questo ridurrà anche nel caso della collusione di enti pubblici con le mafie la possibilità di accertare questi reati.
Soprattutto se da mesi e mesi un decreto di scioglimento per il Comune di Fondi (LT) è inspiegabilmente fermo al consiglio dei Ministri, nonostante la relazione che evidenzia la presenza di infiltrazioni mafiose in quel Comune sia chiara e già passata al vaglio decisivo del Ministro dell’interno Roberto Maroni.
(La richiesta del Prefetto è stata respinta dal Consiglio dei Ministri nell’attesa che si dimettesse la Giunta in modo che gli stessi si potessero ricandidare nelle susseguenti nuove elezioni !!).
Quando accadono fatti di questa portata è davvero difficile credere che la politica possa fare in questo momento i passi in avanti che servirebbero per rompere queste contiguità e corruzioni.
Qual è l’immagine dell’Italia vista attraverso la lente d’ingrandimento delle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione?
L’immagine complessiva che viene fuori è quella che è sotto gli occhi di tutti.
 A partire dai numeri della Corte dei Conti sulla corruzione, proseguendo per quella che ne viene fuori dai 50 – 60 miliardi di euro denunciati dalla Banca mondiale.
E poi è l’immagine che viene fuori dal quadro politico d’insieme che tende negli ultimi anni a rendere difficile il lavoro della  magistratura.
Poi molto più direttamente l’immagine che è data da tutto il controllo che le mafie hanno su appalti e subappalti, centri commerciali, alta velocità, assunzioni, contributi sociali.
 Ragionare sui comuni sciolti per mafia, sulle infiltrazioni criminali nelle pubbliche amministrazioni, permette di tenere insieme il generale e lo specifico, tutto in una mano sola con la  quale contare i numeri di questo Paese e vedere, con rammarico, come queste cifre abbiano cambiato l’immagine, territorio per territorio, dei posti  in cui viviamo.
Non ci sono sconti per nessuno – spiega Trocchia – è’ la mafia sottocasa  che rende la democrazia un azzardo, divorando le istituzioni nel silenzio della politica connivente e dell’informazione.

Norma Ferrara


Uno spaccato che testimonia, qualora ce ne fosse ancora bisogno per farla capire a chi non vuol capire, che qui da noi comandano non chi mandiamo con i nostri voti al Parlamento ed in ogni altra nostra Istituzione, bensì chi, una volta eletti, li manipola, disponendoli a loro piacimento.
Chi ha il coraggio di opporsi viene “fatto fuori”, spesse volte anche fisicamente.
E’ anche vero che, alle volte, non tutti gli onesti se la sentono di fare gli “eroi”.

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